Oggi lo Stato celebra le Forze Armate e la “vittoria” del 1918. Noi preferiamo ricordare cosa c’era dietro quella vittoria: centinaia di migliaia di ragazzi, molti poco più che adolescenti, mandati a morire nel fango e nel filo spinato in nome della Patria. I loro nomi sono incisi sui monumenti di ogni nostro paese.
L’immagine è dura, e l’abbiamo scelta apposta. Dürrenmatt lo aveva capito: quando lo Stato si prepara a uccidere, si fa chiamare Patria. Le parole cambiano poco nel tempo. Oggi si torna a parlare di guerra con troppa leggerezza: di riarmo, di “economia di guerra”, di un possibile ritorno della leva obbligatoria, di cui in Europa si discute apertamente.
Quei ragazzi del 1915 non hanno potuto scegliere. Chi si rifiutava finiva davanti a un plotone di esecuzione. Noi invece possiamo scegliere, e proprio per questo non possiamo voltarci dall’altra parte.
La nostra Costituzione lo dice chiaramente. L’articolo 11 non dice che l’Italia “evita” la guerra, e nemmeno che la “limita”. Dice che la ripudia. Ripudiare la guerra non è un’opinione da tenere per sé: è un impegno che riguarda ciascuno di noi. Ogni euro speso in armi è un euro tolto a scuole, ospedali, servizi. Ogni volta che il riarmo viene presentato come inevitabile, qualcuno ci sta chiedendo di abituarci all’idea della guerra.
Forse non tutti sanno che in Italia il servizio militare obbligatorio non è mai stato abolito. Nel 2004 è stato solo sospeso, e ogni anno i Comuni continuano a compilare le liste di leva dei diciassettenni.
Chi ci ha preceduto ha conquistato a fatica un diritto: l’obiezione di coscienza. Per noi però è più di un diritto. Dire no alle armi e al riarmo è un dovere morale verso chi è morto in quelle trincee, verso i nostri figli e verso chi oggi vive sotto le bombe. Chi obietta non tradisce la Patria. La difende nel modo più alto: rifiutandosi di uccidere in suo nome.
Alcuni Comuni italiani, a cominciare da Capaci, permettono già ai cittadini di dichiarare questa scelta fin da ora. Per adesso è un gesto soprattutto simbolico, ma i simboli contano.
Non c’è niente da festeggiare. C’è da ricordare, e da scegliere da che parte stare.









